L’ESSER-SUONO E L’ESSER-MUSICA

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Il suono è presenza di sé. Questa è un’affermazione certamente condivisibile però è altresì lecito affermare che il suono non identifica una presenza generica ma definisce un essere specifico; un preciso esser-ci acustico.

Siamo abituati ad analizzare il suono considerandolo come una realtà neutra, oggettiva, separata da noi per cui scomponibile in parametri ben definiti: altezza, intensità, durata, timbro ma esiste altresì un altro parametro da non sottovalutare, un parametro che ci identifica per quello che siamo. Questo parametro siamo noi come suono, ossia è il nostro esser-suono: identitario e soggettivo.

Noi non siamo suoni generici, noi siamo suoni specifici, unici, simili ad altri e, allo stesso tempo, diversi.

Noi siamo esseri simili, somiglianti, analoghi e, al tempo stesso, specifici e speciali perché il nostro esser-suono ci identifica per quello che siamo.

Ogni giorno emettiamo suoni, parole, canzoni, grida, ronfamenti, sospiri, gemiti, schiocchi, fischi, respiri, borbottii, borborigmi, gorgoglii, ritmi motori, silenzi, certo ma ciò che emettiamo non sono suoni generici ma sono suoni specifici perciò unici che ci identificano per quello che siamo in realtà.

Ciò che ci rende unici, specifici, diversi e, allo stesso tempo, simili, analoghi agli altri è la nostra dimensione acustica: il nostro esser-suono e, per estensione, il nostro essere musica.

Se consideriamo il suono come presenza acustica, ossia come esser-suono gettato nella realtà, smettiamo di indagarlo, scomporlo, analizzarlo in mille parametri e iniziamo ad ascoltarlo, ad accoglierlo in toto per quello che è, chiedendoci non solo chi è quel preciso suono (esser-suono) ma anche cosa sta provando e cosa comunica.

Quel suono definisce una presenza e cosa vive: rabbia o calma? Fastidio o piacevolezza? Angoscia o tranquillità?

Queste riflessioni sono nate in questi tempi mentre riascoltavo, con attenzione, le audio registrazioni delle sedute di musicoterapia realizzate con i gli ospiti che ho in cura.

Ascoltavo canzoni, musiche, suoni, voci, grida, frammenti ritmici e melodici, miei e dei miei assistiti e, oltre alle frequenze, sempre problematiche da definire con precisione, alle intensità, alle durate e ai timbri da considerare, ero, via via, sempre più attratto da questa riflessione: ogni voce dei miei assistiti, i suoni che facevano, i ritmi che eseguivano erano, sebbene simili tra di loro, specifici, unici e, altresì, raccontavano anche ciò che provavano.

Ad esempio la rabbia, espressa da una persona in cura, con grida o con una percussione forsennata, a ben ascoltare, è ben definita, perché non solo quella persona esprime sé stessa acusticamente in quel preciso modo ma racconta la specifica qualità acustica del vissuto che prova.

Ascoltando le registrazioni audio, non ascolto una persona qualsiasi e una rabbia generica, io accolgo una persona ben precisa che manifesta acusticamente una specifica rabbia ben definita musicalmente.

Allo stesso modo il piacere provato da un’altra persona, comunicato con una risata o da un suono o da una melodia specifica, è un piacere ben preciso, perché è stato espresso acusticamente da Lei e non da un’altra persona.

Noi siamo e, contemporaneamente, viviamo ed esprimiamo emozioni ma ciò che le rende uniche e misteriose, difficili da comprendere, è la dimensione acustica che le caratterizza e le rende uniche e specifiche.

Tutti noi nella nostra vita abbiamo provato ad esempio il piacere per cui sappiamo cos’è ma è la dimensione acustica del piacere provato dal singolo che determina l’unicità del vissuto provato.

Se io e un’altra persona viviamo un’emozione piacevole, in realtà non proviamo lo stesso piacere perché siamo diversi come persone e, fatto determinante, lo esprimiamo acusticamente in modo diverso.

Solo ascoltando la qualità acustica dei nostri specifici piaceri, il mio e quello dell’altra persona, ci rendiamo conto che hanno una precisa dimensione acustica che li differenzia, sebbene possano apparire simili.

Il suono quindi dischiude la nostra soggettività e la nostra specificità; il suono ci identifica per quello che siamo e per ciò che proviamo.

A ben riflettere anche il ronzio di un elettrodomestico, non identifica un elettrodomestico qualsiasi ma ci avverte della presenza di quello specifico elettrodomestico che emette quel determinato ronzio che è diverso da altri ronzii simili e che può suscitare in noi fastidio o benessere.

Purtroppo avendo, per secoli, abbandonato la facoltà d’ascolto facciamo molta fatica a percepire e distinguere due presenze sonore simili e ciò che provano.

Parimenti la musica non esprime emozioni generiche ma ne definisce la loro specificità acustica legata alla persona che la crea o la esegue.

Il vero problema è che noi discorriamo di emozioni, le analizziamo, le cataloghiamo come se fossero realtà oggettivabili ma abbiamo perso la capacità di ascoltarle, ossia di percepire ciò che sono in realtà. Le emozioni, al pari dei vissuti, sono le manifestazioni acustiche della nostra “humana musica” che, volenti o nolenti, intoniamo ogni giorno.

La percezione del nostro esser-suono è sempre legata alla nostra capacità d’ascolto, alla nostra capacità di accogliere la persona, unitamente al vissuto che comunica acusticamente. Forse, sospendendo per un po’ di tempo l’utilizzo del tanto amato logos analitico, affidandoci all’ascolto, riusciremo ad accogliere il nostro e l’altrui esser-suono e ciò che ci vuole raccontare.

Giangiuseppe Bonardi

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