Greco Marina, La relazionalità come essenza dell’ascolto

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Dando seguito alle riflessioni espresse in precedenza[1], giunti a questo punto dobbiamo affermare con forza che l’uomo del terzo millennio deve

necessariamente imboccare la strada indicata secoli fa da Socrate per sperare di curare l’anima donandole finalmente la “salute”. Se il sommo filosofo greco ci ha guidato a comprendere che l’ascolto e il dialogo (di/con il sé e di/con gli altri) sono un cammino nella direzione della conoscenza del bene più grande (in relazione a ciascuno) e al conseguimento della salute dell’anima, accingiamoci a fare ora il passo successivo. Il bene più grande, la salute dell’anima in cosa consistono? Rispondiamo: nel ben-essere interiore. Ma quest’ultimo, a sua volta, in cosa consiste esattamente? Nel percepire il proprio essere in armonia. Roberto Mancini ha magistralmente esposto la tesi dell’ascolto come via privilegiata nel cammino verso la verità e l’armonia completa: “l’ascolto è un cammino nella direzione della verità. […]L’aspirazione umana alla conoscenza rivela qui la sua ragione originaria e la sua meta ultima: pervenire all’armonia con tutto ciò che esiste e raggiungere l’autocoscienza come consapevolezza di essere compresi in questa armonia. Quando il desiderio di conoscere percorre la via dell’ascolto utopico, esso ospita segretamente o apertamente il desiderio che l’interiore e l’esteriore giungano ad integrarsi pienamente.[2]” L’armonia deve albergare, dunque, sia all’interno del proprio sé sia fra quest’ultimo e l’altro da sé ovvero il mondo esterno, l’essere dell’altro. L’ascolto e il dialogo come strumenti per il conseguimento del ben-essere inteso come armonia presuppongono una forma di comunicazione e dunque di relazione. Prima di tutto di ciascun uomo con se stesso (armonia del sé) e poi con ciò che lo circonda (armonia con l’altro da sé): “Dall’ascolto dipende l’inserimento reale dell’uomo nell’ambiente in cui vive. La sua comunicazione con ciò che lo circonda, con l’altro e prima di tutto con se stesso, può allora instaurarsi al modo di un vero dialogo[3]. L’esistenza di una alterità (il proprio sé o l’altro da sé) è insita nella possibilità stessa dell’ascolto, del dialogo e dunque della relazione. La prima esperienza di relazione con l’altro da sé basata sull’ascolto è sperimentata da ciascun essere umano a partire dal periodo prenatale, nella vita intrauterina. Tra gli autori che si sono dedicati all’approfondimento di questo aspetto particolare della fase prenatale e non solo, ricordiamo A. Tomatis e i suoi interessanti spunti di indagine. Lo studio della genesi della funzione uditiva e dell’ascolto, sia dal punto di vista filogenetico sia dal punto di vista ontogenetico, conduce l’autore ad affermare che la facoltà di ascolto “risulta essere il primo fattore di organizzazione dell’uomo”[4]. Lo studioso, infatti, riesce a dimostrare il ruolo fondamentale dell’udito e dell’ascolto nel cammino dell’esistenza umana e nella genesi della personalità: essendo, l’orecchio, il primo organo sensoriale a formarsi nel feto, l’ascoltare è in assoluto la prima esperienza di relazione del feto ancor prima della nascita. Lo sviluppo del senso dell’udito è il ponte fra il sé in formazione e l’altro da sé. Il cammino verso la conoscenza e la ricerca dell’armonia, che accompagneranno l’uomo per tutta la vita, prende avvio in questo meraviglioso, unico momento. Al di là dei suoni del corpo materno percepiti all’interno dell’utero (che Tomatis definisce una vera e propria fornace di suoni[5]) da cui il feto è inondato e che costituiscono un costante e permanente bagno acustico (il flusso e riflusso dei liquidi, la risacca dello stomaco durante la digestione, i gorgoglii dell’intestino, le scariche di bile, il soffio dei polmoni[6] ecc.), ciò che determina per il feto l’inizio della comunicazione e dunque della prima relazione con il mondo è la voce materna: “immerso in questa formidabile pasta sonora che è la voce materna, vive l’età d’oro della comunicazione, un paradiso che non potrà mai dimenticare e che rimarrà impresso in lui, quali che siano le vicissitudini che attraverserà in seguito[7]. Fra madre e bambino, dunque, si instaura attraverso la comunicazione intrauterina un dialogo irripetibile nella vita, una primaria relazione che sarà la base di ogni futura relazione del futuro bambino, con se stesso e con l’altro da sè. Ma può esserci dialogo o definirsi relazione una comunicazione in cui uno dei due “interlocutori” non ha capacità di linguaggio né di decodifica di quest’ultimo? In quel dialogo così speciale come quello fra madre e feto l’aspetto essenziale e imprescindibile non è la comprensione da parte del futuro bimbo del significato delle parole che la madre gli rivolge, bensì l’intenzione di quelle parole e il modo in cui sono pronunciate. Cosa significa? Significa che ciò che il futuro bambino coglie nella voce della madre[8] è la qualità affettiva che sottende quella voce che si rivolge proprio a lui. La decodifica che il feto compie non è di natura semantica bensì di natura empatica; la voce materna trasmette antipatia o simpatia, esprime angoscia o serenità, collera o tristezza ed il feto reagisce empaticamente di conseguenza[9]. Ciò che caratterizza la comunicazione materna “trascende il significato linguistico, a cui il feto resta insensibile. Questo imprinting è un addestramento che non si dimentica alla nascita[10]. Tomatis precisa inoltre che il bambino nell’utero non ha solo sensazioni, ma è dotato di una sensibilità acustica che va oltre il semplice udito passivo, ovvero è capace di percepire. Se il bambino sentisse semplicemente, non conserverebbe alcuna memoria dell’esperienza dialogica intrauterina con la madre. Affinché ci sia quell’imprinting di cui parlavamo è necessario, dunque, che il feto percepisca. In poche parole Tomatis si spinge ad affermare che il futuro bambino ascolta e c’è ascolto tutte le volte che egli tende l’orecchio alla voce della madre, a quel messaggio che sa che è destinato a lui. Egli è capace di distinguere l’intenzione nella voce della madre e di individuare se quei suoni sono rivolti a lui oppure no. È questa capacità che consente il passaggio dalla sensazione alla percezione da parte del feto, che in tanto è capace di tutto ciò, in quanto è capace di “attenzione”, perché è alla ricerca di qualcosa[11]. Che cosa? Integrazione, armonia... Ecco che il desiderio di conoscenza torna ad essere la molla che porta l’uomo a progredire. Il piccolo futuro bambino mobilita la propria coscienza verso la fonte sonora che sembra parlargli perché è alla ricerca di quelle emozioni positive di cui ha infinitamente bisogno: amore, tenerezza, conforto[12]. Questa voce ascoltata prima ancora di poter parlare è una autentica forza poietica per ciascun essere umano, in quanto, nel ricordo di essa, egli saprà esprimere i suoi sentimenti. La madre chiama il bambino alla vita parlandogli e comunicando con lui. Se recepisce amore, il bambino risponde all’appello e il suo sé comincia il proprio divenire. Cosicché la voce materna svolge una vera e propria funzione maieutica per la psiche del bambino. R. Mancini afferma che avviene qui, nella fase prenatale, il fenomeno della vocazione nel suo significato universalmente umano, vocazione che si dà nell’essere chiamati ad esistere[13]. L’ascolto non è altro se non l’assenso all’esistenza. Con la nascita, il bambino non perde la capacità acquisita nell’esperienza intrauterina; pur nella difficoltà di doversi districare in un universo sonoro diverso da quello precedente, egli sente il desiderio di comunicare proprio per ritrovare e mantenere la relazione sonora e affettiva con la madre di cui ha memoria. Il bambino cerca, seleziona e quindi riconosce fra tutti i suoni che arrivano al suo orecchio solo la voce della madre e ancora una volta tende il suo orecchio verso quel suono per ricreare quel dialogo che aveva caratterizzato buona parte della fase pre-natale. Egli, tendendo l’orecchio verso quella voce che conosce, ascolta e rinnova il suo assenso all’esistenza.  Da questo momento in poi il bambino comincia la sua comunicazione con ciò che è fuori di lui; lo sviluppo progressivo della sua competenza acustica pone le basi per l’acquisizione del linguaggio. Alla base di qualsiasi comunicazione e relazione si afferma ancora una volta, dunque, il desiderio e la volontà di ascoltare; tendere verso l’altro trasforma l’udire in ascolto: “l’ascoltare è l’atto di tendere tutto il proprio corpo verso l’altro, ma è anche sapere che si esiste attraverso questo stesso rapporto d’ascolto. Non si può ascoltare senza coinvolgersi, e l’ascolto comincia dall’ascolto di se stessi in rapporto con  l’altro”[14]. L’ascolto diviene occasione e spinta per lo sviluppo e la conoscenza del sé e del sé in relazione all’altro. Poiché nella fase post-natale il desiderio di ascoltare e il tendere verso il suono della voce materna nasce nel bambino per ritrovare quello stato di comunione e armonia con la madre, possiamo concludere che il successivo desiderio di ascoltare e il tendere verso l’altro da sé (diverso dalla madre) e la relazione che ne consegue nascano dal desiderio di sentirsi in comunione e in armonia con tutto l’universo che si incontra, instaurando con questo una relazione. Nell’ascolto si realizza la tendenza alla relazionalità propria della condizione umana. Il desiderio di ascoltare equivale, dunque, alla ricerca di armonia, ovvero di quel benessere di cui si parlava all’inizio.  Cosa accade se la madre, durante la gravidanza, vive delle profonde angosce o delle turbe psicologiche? Cosa accade se il bambino non riceve i giusti input per prendere contatto con sé e poi con il mondo, se non viene chiamato alla vita o se è vi chiamato con angoscia? Nulla è più “liquido” e “trasmettibile” dell’angoscia[…][15]. E proprio per questo, proprio perché il futuro bambino percepisce che rispondere alla “vocazione” significherebbe naufragare, allora accade che egli potrebbe non concedere quell’assenso che, come abbiamo visto, è necessario per trasformare il semplice udire in ascolto[16]: in questo bambino il desiderio di ascoltare potrebbe spegnersi e con esso la comunicazione e la relazione con il mondo. Egli udirà, ma non ascolterà. In questa mancata risposta al richiamo della vita molti studiosi individuano una delle possibili cause che danno origine al disturbo autistico.

Marina Greco

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[1] Greco Marina, L’ascolto agli albori del pensiero occidentale, 24 maggio 2010, MiA, Musicoterapie in Ascolto, http://musicoterapieinascolto.com/ascoltazione/281-greco-marina-l-ascolto-agli-albori-del-pensiero-occidentale

Greco Marina, Dall’oblio dell’ascolto alla sua riscoperta, 14 giugno 2010, MiA, Musicoterapie in Ascolto, http://musicoterapieinascolto.com/ascoltazione/283-greco-marina-dall-oblio-dell-ascolto-alla-sua-riscoperta

Greco Marina, L'accoglienza come forma d'ascolto evoluta e privilegiata delle... emozioni, 6 settembre 2008, MiA, Musicoterapie in Ascolto, http://musicoterapieinascolto.com/esperienze/301-greco-marina-l-accoglienza-come-forma-d-ascolto-evoluta-e-privilegiata-delle-emozioni

Greco Marina, In ascolto... del silenzio, 12 luglio 2010, MiA, Musicoterapie in Ascolto, http://musicoterapieinascolto.com/ascoltazione/229-greco-marina-in-ascolto-del-silenzio

Greco Marina, Il valore dell’ascolto e del silenzio nella società attuale, 26 luglio 2010, MiA, Musicoterapie in Ascolto, http://musicoterapieinascolto.com/ascoltazione/230-greco-marina-il-valore-dell-ascolto-e-del-silenzio-nella-societa-attuale

[2] Mancini R., L’ascolto come radice. Teoria dialogica della verità, Ediz. Scientifiche Italiane, Napoli 1995,  p. 219.

[3] Tomatis A., Ascoltare l’universo. Dal Big Bang a Mozart, Baldini & Castoldi, Milano 2005, p. 179.

[4] Ibidem,  p. 195.

[5] Tomatis A., Nove mesi in paradiso. Storie della vita prenatale, tr.it. di L. Merletti, IBIS, Como-Pavia 2007, p.67.

[6] Ibidem.

[7] Ibidem,  p. 69.

[8] Nei suoi studi Tomatis sostiene che la via attraverso cui la voce materna giunge al feto non è la parete addominale, bensì la colonna vertebrale. Si rimanda alle seguenti opere dell’autore: Nove mesi in paradiso, cit., p.18; Ascoltare l’universo, cit., pp. 146-147.

[9] Cfr, Tomatis A., Nove mesi in paradiso, cit. pp. 64-65.

[10] Ibidem.

[11] Ibidem, p. 67-68.

[12] Ibidem.

[13] Mancini R., L’ascolto come radice, cit. p. 223.

[14] Tomatis A., L’orecchio e la vita, Baldini & Castoldi, Milano 1992, p. 335; citazione tratta da Mancini, op. cit., p. 223.

[15] Tomatis A., Nove mesi in paradiso, cit., p. 54.

[16] Cfr. Mancini R., L’ascolto come radice., cit., p. 223.