Greco Marina, Il valore dell’ascolto e del silenzio nella società attuale

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L’uomo occidentale del Terzo Millennio è tiranneggiato da una forte competitività sociale che richiede una costante ostentazione delle proprie certezze e delle proprie posizioni. Guai a mostrarsi deboli, aprendosi alla possibilità del dialogo e dell’ascolto autentici. Ciò significherebbe automaticamente ammettere la propria insicurezza.
In realtà si può forse dire che la sconfitta dell’uomo di oggi sia proprio nel rifiuto della possibilità stessa del dialogo e dell’ascolto.
Assistiamo impotenti alla giostra dei talk-show e di ciò che rappresenta quanto è più grottescamente lontano dalla realtà autentica, ma paradossalmente è chiamato reality, in cui sembra che il premio in palio sia vinto da chi urla di più. È il trionfo di finte discussioni che altro non sono se non solipsistici monologhi dei partecipanti sulla propria vacuità interiore, terrorizzati dalla possibilità del silenzio e dell’ascolto che potrebbero facilmente smascherarla.
È come se il rumore del mondo, una sorta di rumore di fondo, facesse costantemente divergere l’uomo dal raccoglimento, dalla meditazione, dal ritrovarsi[1].
Ma questo rumore del mondo è anche sinestesicamente visivo.
Osserviamo ciò che ci circonda: non ci sono più spazi liberi, tutto è occupato da immagini, insegne pubblicitarie, luci, parole, messaggi...
Un anomalo esponente del Futurismo, Aldo Palazzeschi, solo ai primi del Novecento ridicolizzava la società dell’epoca e la superficialità della gente, già allora distratta da immagini e parole. Emblematica è la poesia La passeggiata, una sequenza di insegne pubblicitarie, di titoli di giornali, di numeri civici, di insegne di negozi, di manifesti teatrali che si inseguono per 145 versi liberi. “... Le stesse forme del mondo contemporaneo gli appaiono in una successione libera e vuota di parole-insegne, di immagini pubblicitarie che egli – Palazzeschi – può attraversare come in un’allucinazione ridicola[2].
Il lettore legge e vede con l’occhio delle due persone che passeggiano: su ben 145 versi esse non dialogano se non nei primi due e negli ultimi due:
 
 
La Passeggiata
 
-         Andiamo?
-         Andiamo pure.
 
 
All’arte del ricamo,
fabbrica di passamanerie,
ordinazioni,  forniture.
Sorelle Purtarè
Alla città di Parigi.
Modes, nouveauté.
Benedetto Paradiso
successore di Michele Salvato,
gabinetto fondato nell’anno 1843.
Avviso importante alle signore!
La beltà del viso,
seno d’avorio,
pelle di velluto.
Grandi tumulti a Montecitorio.
Il presidente pronunciò fiere parole,
tumulto a sinistra, tumulto a destra.
Il gran Sultano di Turchia aspetta.
La pasticca del Re Sole.
Si getta dalla finestra per amore.
Insuperabile sapone alla violetta.
Orologeria di precisione.
93
...
-Torniamo indietro?
- Torniamo pure.
                                                      Palazzeschi[3]
 
 
La straordinaria attualità di questo componimento è sconcertante. La passeggiata dovrebbe rappresentare un tempo-spazio per ritrovare se stessi, se si è da soli, ma dialogare con l’altro, se si è in compagnia. Qui invece a dominare il dialogo e la scena è l’immagine che cattura l’attenzione e la mente.
Non è forse ciò a cui assistiamo anche oggi, con un notevole e fulmineo peggioramento?
Prendiamo atto di ciò che sta accadendo ai nostri ragazzi, letteralmente fagocitati dalle immagini e dalle parole che non dicono nulla, sempre più incapaci di dare un nome alle loro emozioni sotterrate e perse chissà dove, in fuga da se stessi e sempre più spaventati dal guardarsi dentro, terrorizzati da chiunque possa rivelare una loro fragilità, ma pronti ad aggredire in ogni modo chi dovesse farlo.
Totalmente assuefatti ad una modalità relazionale che ormai esclude il dialogo, l’ascolto e il silenzio, passano anni interi con gli amici senza mai arrivare a conoscersi, parlano l’uno sull’altro senza mai realmente prestare ascolto, perdendo irrimediabilmente un’occasione per crescere e imparare.
Vivo quotidianamente con i preadolescenti, essendo docente nella scuola secondaria di primo grado, e nei miei dieci anni di esperienza ho imparato che lo strumento più efficace per attirare l’attenzione dei ragazzi è esercitare il silenzio, ovvero tacere al momento giusto.
Sono talmente disabituati al silenzio, o meglio, non avendo mai imparato e vissuto l’esperienza del silenzio, i ragazzi ne sono colpiti e stupiti. L’altro c’è ed è percepito proprio perché tace e sa tacere.
Il silenzio è il tempo-spazio dell’attesa di ciò che verrà dopo[4], carico e gravido di tutte le possibilità. E allora li vedi lì, finalmente tutti attenti e tesi verso ciò che non sanno ancora, ma che sono curiosi di scoprire.
È qui la speranza per la civiltà occidentale: trovare quel tempo-spazio per mettersi alla ricerca di se stessi e riscoprire e riappropriarsi della propria autentica identità interiore. Sarà il primo passo per porci in ascolto e accogliere l’essere autentico dell’altro, che non costituirà più una minaccia, ma una risorsa, una ricchezza e uno stimolo per crescere.
Marina Greco
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[1] Manarolo G., Manuale di Musicoterapia, Edizioni Cosmopolis, Torino 2006, p. 171.
[2] Ferroni G., Storia della letteratura italiana. Il Novecento, Einaudi Scuola, Milano 1995, p. 112.
[3] Palazzeschi A., La passeggiata, da Guglielmino S., Guida al Novecento, Principato Editore, Milano 1987 (IV ediz.), pp. II/182-183.
[4]Greco Marina, In ascolto ... del silenzio, 12 luglio 2010, MiA, Musicoterapie in Ascolto, http://musicoterapieinascolto.com/articoli/229-greco-marina-in-ascolto-del-silenzio